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Tragedie e social network: il dolore invisibile che resta online

Scritto da Ecate | Jan 12, 2026 8:58:09 AM

Di fronte a tragedie come quella avvenuta a Crans-Montana, il primo pensiero va – e deve andare – alle vite spezzate e alle famiglie colpite da un dolore impossibile da raccontare. Ma accanto alla tragedia umana, esiste un livello meno visibile e spesso ignorato, che si manifesta nel digitale e che rischia di amplificare ulteriormente la sofferenza: la gestione – o la mancata gestione – dell’identità digitale di chi non c’è più.

Viviamo in un’epoca in cui una persona non muore solo nel mondo fisico.
Muore lasciando dietro di sé un corpo digitale intatto: profili social, chat, immagini, video, account, dati personali, tracce di vita che continuano a esistere, accessibili, osservabili, talvolta manipolabili.

Sciacallaggio mediatico e vulnerabilità digitale

Nei giorni successivi a eventi tragici, i profili social delle vittime diventano spesso luoghi di esposizione incontrollata. Commenti fuori luogo, condivisioni non autorizzate, appropriazione di immagini, narrazioni distorte. In alcuni casi, si arriva a veri e propri fenomeni di sciacallaggio digitale.

Ancora più grave è il rischio di furto d’identità: account violati, utilizzati per scopi fraudolenti o sensazionalistici, dati personali sottratti o sfruttati.
Tutto questo accade mentre le famiglie stanno affrontando il trauma più grande possibile.

Il digitale, che dovrebbe essere uno spazio di memoria e rispetto, diventa così un luogo di ulteriore violenza simbolica.

La seconda battaglia delle famiglie: le big tech

Dopo il lutto, spesso inizia una battaglia silenziosa e logorante: quella con le piattaforme digitali.

Chi ha perso un figlio, una figlia, si trova improvvisamente a dover interagire con policy complesse, moduli standardizzati, risposte automatiche. Dimostrare il decesso. Dimostrare il legame. Attendere settimane o mesi.
Chiedere la chiusura di un profilo. Oppure la sua commemorazione. Oppure l’accesso ai contenuti per recuperarne i ricordi.

Ogni piattaforma ha regole diverse. Nessuna è pensata davvero per il tempo del lutto.
E così, mentre tutto si è fermato nella vita reale, nel digitale nulla si ferma.

Questa è l’eredità digitale: esiste, ha valore emotivo, giuridico e identitario, ma spesso è fuori controllo e difficilmente accessibile a chi ne avrebbe più diritto.

La morte digitale non è un tema futuro

Per molto tempo abbiamo parlato di morte digitale come di qualcosa che sarebbe arrivato “un giorno”.
La verità è che quel giorno è già qui.

Oggi esistono centinaia di milioni di profili appartenenti a persone decedute. Entro pochi decenni saranno miliardi. E ogni profilo non gestito è un potenziale spazio di abuso, perdita, conflitto.

La morte digitale non è un problema tecnico: è legale, etico, psicologico e sociale.
E riguarda tutti, indipendentemente dall’età.

Il ruolo di Zephorum: proteggere, custodire, ricordare

In Zephorum lavoriamo ogni giorno su questo confine fragile.
Sappiamo quanto sia difficile, per chi resta, dover affrontare anche il digitale quando il dolore è ancora vivo. Sappiamo quanto possa essere importante proteggere un’identità, mettere in sicurezza dei ricordi, decidere consapevolmente cosa resta e cosa no.

Il nostro lavoro non è cancellare.
È prendersi cura.

Perché il ricordo ha bisogno di uno spazio protetto.
Perché il lutto ha bisogno di tempi umani, non di ticket di assistenza.
Perché la tecnologia, se progettata con responsabilità, può diventare uno strumento di elaborazione, non di violenza.

Tragedie come quella di Crans-Montana ci ricordano che dietro ogni profilo c’è una persona. E dietro ogni persona, una rete di affetti che merita rispetto, anche – e soprattutto – online.

Il futuro della memoria è una responsabilità collettiva.
E comincia da come scegliamo di trattare chi non può più difendersi.

 

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